
Molte persone pensano che stress e ansia siano il segnale di un lavoro sbagliato o di una scarsa motivazione. Ma non è sempre così.
A volte amiamo profondamente ciò che facciamo… eppure il nostro sistema nervoso resta costantemente attivato.
In questo articolo parliamo di carico mentale, controllo, multitasking invisibile e mindfulness applicata ai contesti lavorativi reali.
No è una battuta. O meglio: è una battuta ma di quelle che non fanno ridere perché dentro hanno un pezzo di verità.
Durante un corso sulla mindfulness in azienda, una partecipante mi ha detto una frase che sento spesso, soprattutto da persone molto competenti e coinvolte nel proprio lavoro:
Ed è interessante, perché spesso siamo abituati a pensare che ansia e stress significhino automaticamente:
Ma non è sempre così.
La partecipante non era travolta dal lavoro reale, era travolta dal lavoro prodotto dalla sua mente. Perché mentre lavorava:
Praticamente il suo cervello aveva aperto 18 file contemporaneamente, e nessuno con la musica relax.
Purtroppo il sistema nervoso non distingue molto bene tra: qualcosa che sta succedendo davvero adesso e qualcosa che stiamo vivendo mentalmente in anteprima da tre ore.
Così il corpo reagisce: ci viene la tachicardia e l’agitazione, facciamo fatica a concentrarci, abbiamo una sensazione di allerta continua. Anche se siamo seduti sul divano.
Il tema è delicato. Spesso persone bravissime nel loro lavoro, che fanno brillanti carriere, vivono in modalità di sorveglianza continua, perché funziona davvero. Le ha rese affidabili, precise, veloci, responsabili.
Ma a che prezzo? Il cervello non riesce più a uscire da quella modalità e anche quando un momento diventa neutro, anche quando sono sul divano pianificano, revisionano, ripassano preventivi, simulano conversazioni future, definiscono obiettivi.
A quel punto il sistema nervoso non sta più solo lavorando. Sta sorvegliando e la sorveglianza continua consuma moltissima energia.
Durante il corso di Mindfulness abbiamo fatto un esercizio molto semplice, che vi condivido.
Quando senti che l’attivazione sale, fermati un attimo e chiediti:
Sembra una domanda banale. In realtà non lo è affatto.
Perché spesso le persone scoprono che non stanno lavorando davvero, stanno tentando di neutralizzare il futuro.
E attenzione: probabilmente molte delle cose a cui stanno pensando andranno davvero fatte. Ma non tutte contemporaneamente.
E soprattutto non tutte dentro la testa, in loop, alle undici di sera mentre si lavano i denti.
Pensarci continuamente non migliora automaticamente il risultato, aumenta solo il numero di scenari che il cervello deve gestire, con conseguenze poco piacevoli, come l’ansia.
La mindfulness viene spesso fraintesa. Non serve a diventare zen mentre tutto brucia e neanche a rilassarsi.
Serve a creare uno spazio tra il lavoro reale e il sovraccarico mentale prodotto dall’anticipazione continua.
Serve a notare:
E questo cambia moltissimo, perché quando una persona riesce a vedere questo meccanismo non smette di essere responsabile, non smette di lavorare bene, non diventa passiva.
Semplicemente smette di chiedere al proprio sistema nervoso di restare in allarme H24.
Questa è forse la parte più importante.
Molte delle persone che vivono questo stato non sono disinteressate o svogliate, anzi sono persone che tengono molto a quello che fanno.
Persone precise, coinvolte, affidabili e appassionate del proprio lavoro, ma che trasformano ogni pensiero in una missione critica nazionale.
Il loro cervello non riceve mai il messaggio:
Se hai risposto si o se questo articolo ti ha fatto pensare a qualcuno del tuo team… oppure a te stessa/o (mentre rispondi alle mail con un occhio alla cena e l’altro a una riunione di giovedì prossimo), forse è il momento di iniziare a parlare di benessere mentale in azienda in modo meno teorico e più concreto. Contattami.
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