
Dove le avete già sentite queste frasi?
“I giovani non hanno voglia di lavorare. Al minimo sacrificio se ne vanno subito.”
“Le persone sopra i 50 anni non vogliono proprio cambiare. Ormai è inutile investire su di loro.”
Il problema è che queste spiegazioni funzionano benissimo… proprio perché semplificano troppo.
A volte la musica riesce a raccontare quello che succede nelle aziende meglio di molti articoli di management.
Per esempio Willie Peyote, nella canzone Grazie ma no grazie, scrive:
“Le risposte che ti danno sembran fatte con lo stampo.”
È una frase che descrive molto bene molte conversazioni tra generazioni al lavoro.
Quando si parla di giovani, senior, Millennials o Gen Z, le spiegazioni sembrano spesso già pronte: ripetitive, automatiche, quasi stampate.
In molte aziende oggi le persone della Generazione X occupano ruoli di responsabilità e guidano i team. Si trovano quindi in una posizione particolare: devono interpretare e gestire un cambiamento del lavoro molto più rapido rispetto a quello che avevano immaginato all’inizio della loro carriera.
Chi ha iniziato a lavorare quando internet faceva ancora il rumore del modem si trova oggi a confrontarsi con organizzazioni digitali, modelli di lavoro flessibili e aspettative professionali molto diverse.
Anche questo senso di spaesamento è raccontato molto bene dalla musica.
Nella canzone L’uomo nello specchio, Daniele Silvestri scrive:
“Oggi sono perso, non mi riconosco cerco nel riflesso una certezza che non c’è.”
Una frase che descrive bene la sensazione di disorientamento che molte persone provano quando il contesto cambia più velocemente dei riferimenti professionali con cui sono cresciute.
Queste spiegazioni rapide diventano facilmente stereotipi, diventano etichette da appiccicare addosso alle persone.
Facciamo un esempio.
Quando una persona arriva in ritardo a una riunione, può essere semplicemente una persona in ritardo.
Quando invece appartiene a una certa fascia d’età, il comportamento rischia di diventare improvvisamente una caratteristica generazionale.
È una scorciatoia mentale molto comoda ed è così che funziona il nostro cervello, che non vuole far fatica e tende a cercare spiegazioni rapide.
Spesso pensiamo che gli stereotipi non siano poi così pericolosi. In fondo sembrano solo battute da pausa caffè.
Il problema è che raramente gli stereotipi restano solo stereotipi. Con il tempo tendono a trasformarsi in qualcosa di più solido: pregiudizi.
Torniamo all’esempio di prima.
Paolo arriva spesso in ritardo alle riunioni ed ha 27 anni.
Stereotipo:
È una semplificazione: si fa di tutta l’erba un fascio.
Poi arriva il pregiudizio:
A questo punto non stiamo più descrivendo un comportamento. Stiamo esprimendo un giudizio.
Infine arriva la discriminazione.
non proporre un progetto sfidante a una persona perché “è troppo giovane”
non investire nella formazione di qualcuno perché “è troppo vicino alla pensione”
escludere qualcuno da una decisione perché “tanto non capirebbe”
A quel punto non siamo più nel campo delle opinioni. Siamo nel campo delle azioni organizzative.
Le etichette hanno un effetto curioso.
Sembrano aiutarci a capire le persone, ma in realtà spesso fanno l’opposto: ci impediscono di vederle davvero.
E quando questo succede, il rischio è di adottare comportamenti poco rispettosi, poco equi e poco inclusivi.
Ecco perché è importante che in azienda questi temi vengano affrontati.
Negli ultimi mesi io sto lavorando proprio su questo: aiutare team, manager e organizzazioni a riconoscere come stereotipi e pregiudizi generazionali influenzino le dinamiche di lavoro quotidiane, per capire come lavorare meglio insieme quando le prospettive sono diverse.
Se questo tema ti riguarda, puoi scrivermi.
Sarà interessante capire quali stereotipi generazionali circolano nella tua organizzazione.
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